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Alimentazione e Fegato Grasso: Cosa Mangiare (e Cosa Evitare) secondo le Linee Guida EASL 2024

Alimentazione e Fegato Grasso: Cosa Mangiare (e Cosa Evitare) secondo le Linee Guida EASL 2024
16/05/2026Studio NewLifeAlimentazione & Benessere

La dieta per il fegato grasso è oggi uno degli argomenti più ricercati in ambito nutrizionale-metabolico, e non a caso: la steatosi epatica metabolica (MetALD/MASLD, già nota come NAFLD) colpisce circa il 25–30% della popolazione adulta mondiale, con una prevalenza elevata nei soggetti con sindrome metabolica, diabete tipo 2 e nelle donne in perimenopausa. Eppure, nonostante i numeri impressionanti, si tratta di una condizione spesso silenziosa, diagnosticata quasi per caso durante un’ecografia addominale o alla lettura degli esami del sangue con transaminasi alte. In questo articolo ti guido — con rigore scientifico e linguaggio accessibile — attraverso i meccanismi che portano al fegato grasso, i cibi che aiutano il fegato a recuperare e quelli che ne aggravano la condizione, con indicazioni pratiche differenziate in base alla presenza o meno di diabete tipo 2 e obesità viscerale.

Cos’è la NAFLD (oggi MASLD) e perché è così diffusa

La NAFLD è definita come l’accumulo di grasso (trigliceridi) in più del 5% degli epatociti, in assenza di un consumo alcolico significativo (soglie convenzionalmente utilizzate: >30 g/die negli uomini, >20 g/die nelle donne) e in assenza di altre cause secondarie di steatosi (farmaci epatotossici, malattie genetiche). Va precisato che nel 2023 la nomenclatura internazionale è stata aggiornata: si parla ora di MASLD (Metabolic dysfunction-Associated Steatotic Liver Disease), termine che enfatizza il legame con la disfunzione metabolica. L’acronimo NAFLD rimane tuttavia ampiamente utilizzato in letteratura e nella pratica clinica. Non si tratta di una patologia monolitica: esiste uno spettro che va dalla semplice steatosi — tendenzialmente reversibile — alla MASH (già NASH, steatoepatite metabolica), fino alla fibrosi avanzata e alla cirrosi.

Perché è così diffusa? I fattori determinanti sono multipli e interconnessi:

  • Eccesso calorico cronico, con diete ad alto contenuto di zuccheri semplici e grassi saturi
  • Resistenza insulinica, che favorisce la lipogenesi de novo a livello epatico
  • Sedentarietà
  • Alterazione del microbiota intestinale (disbiosi), con aumento della permeabilità intestinale e passaggio di endotossine batteriche al fegato attraverso la vena porta
  • Varianti genetiche (in particolare i polimorfismi di PNPLA3 e TM6SF2), che modulano il rischio individuale di progressione della malattia
  • Disfunzione ormonale: nella donna in perimenopausa il calo degli estrogeni riduce la sensibilità insulinica e favorisce la redistribuzione del grasso verso il distretto viscerale

Le linee guida EASL 2024 sottolineano come la MASLD/NAFLD debba essere considerata la manifestazione epatica della sindrome metabolica, e come l’approccio terapeutico di prima linea rimanga la modifica dello stile di vita — in particolare l’intervento nutrizionale.

Se vuoi approfondire il ruolo della resistenza insulinica nel metabolismo del grasso, ti rimando a questo articolo: resistenza insulinica: dieta e rimedi naturali.

Il ruolo dell’asse intestino-fegato e del microbiota nella steatosi epatica

Uno degli ambiti di ricerca più promettenti degli ultimi anni riguarda il microbiota intestinale e la sua relazione con la salute epatica. L’intestino e il fegato sono anatomicamente collegati dalla vena porta: tutto ciò che attraversa la mucosa intestinale raggiunge il fegato prima di qualsiasi altro organo.

In presenza di disbiosi — un’alterazione qualitativa e quantitativa della flora batterica intestinale — aumenta la permeabilità della mucosa intestinale (leaky gut). Questo consente il passaggio nel circolo portale di lipopolisaccaridi batterici (LPS) e altri metaboliti che attivano i recettori TLR4 degli epatociti e delle cellule di Kupffer, innescando una cascata infiammatoria che contribuisce alla progressione dalla semplice steatosi alla MASH e alla fibrosi.

Alcune alterazioni del microbiota — come la riduzione dei Bacteroidetes in rapporto ai Firmicutes — sono state associate a maggiore produzione di etanolo endogeno e a un’alterata fermentazione dei substrati energetici, fattori che possono alimentare la lipogenesi epatica. Va precisato che il ruolo degli acidi grassi a catena corta (SCFA) nel contesto della NAFLD è complesso e non univocamente sfavorevole: la butirrato, ad esempio, ha documentati effetti protettivi sulla permeabilità intestinale e sull’infiammazione. Al contrario, un microbiota ricco di Akkermansia muciniphila e specifici ceppi di Lactobacillus sembra associato a un profilo metabolico più favorevole, anche se la ricerca in questo ambito è ancora in evoluzione.

Ho affrontato questo tema in modo dettagliato nell’articolo dedicato al microbiota intestinale, peso e metabolismo: te lo consiglio come lettura complementare.

Dal punto di vista nutrizionale, preservare e modulare il microbiota è possibile attraverso:

  • Adeguato apporto di fibre prebiotiche (inulina, FOS, pectine)
  • Consumo di alimenti fermentati (yogurt naturale, kefir, verdure fermentate)
  • Riduzione drastica di zuccheri aggiunti e alimenti ultra-processati
  • Adeguata idratazione (almeno 1,5–2 litri d’acqua al giorno)

NAFLD alimentazione: i cibi che favoriscono la regressione della steatosi

La buona notizia è che il fegato è un organo con un’elevata capacità rigenerativa, e la steatosi — soprattutto nelle fasi iniziali — è una condizione reversibile con un adeguato intervento nutrizionale. Vediamo in dettaglio quali alimenti e pattern alimentari hanno le evidenze scientifiche più solide.

Dieta Mediterranea: il gold standard

La Dieta Mediterranea è il modello alimentare con le prove più robuste nella gestione della NAFLD. Numerosi studi e revisioni sistematiche, tra cui il lavoro di Zelber-Sagi e colleghi pubblicato su Liver International, hanno documentato come una maggiore aderenza alla Dieta Mediterranea si associ a riduzione significativa della steatosi epatica, miglioramento degli indici di insulino-resistenza (HOMA-IR) e riduzione dei marcatori infiammatori, indipendentemente dalla perdita di peso. È importante precisare che le prove più solide derivano da studi osservazionali e da trial su popolazioni specifiche: la ricerca su interventi randomizzati controllati a lungo termine è ancora in corso.

I pilastri del modello mediterraneo applicato alla NAFLD:

  • Olio extravergine di oliva (EVO): ricco di acido oleico e polifenoli (oleocantale, oleuropeina) con azione antinfiammatoria e antiossidante. 2–4 cucchiai al giorno rappresentano la dose abitualmente utilizzata negli studi di intervento
  • Verdure crocifere (broccoli, cavolfiore, cavolo nero, rucola): contengono sulforafano e indolo-3-carbinolo, molecole studiate per la loro capacità di attivare i pathway di detossificazione epatica mediati da Nrf2 e di modulare la lipogenesi; la ricerca clinica sull’uomo è ancora preliminare ma promettente
  • Legumi (lenticchie, ceci, fagioli): ottima fonte di fibre solubili, a basso indice glicemico, con effetto positivo sull’asse intestino-fegato
  • Pesce grasso (sardine, sgombro, alici, salmone): ricco di acidi grassi omega-3 a lunga catena (EPA e DHA), che riducono la lipogenesi epatica e modulano l’infiammazione lobulare
  • Frutta secca oleosa (noci, mandorle): fonte di acidi grassi polinsaturi, vitamina E e polifenoli antiossidanti
  • Cereali integrali a basso indice glicemico (orzo, farro, avena): riducono il picco glicemico post-prandiale e l’iperinsulinemia, limitando la lipogenesi epatica stimolata dall’insulina

Il ruolo degli omega-3

Gli acidi grassi omega-3 (EPA e DHA) meritano un paragrafo dedicato. Secondo la revisione di Montemayor et al. pubblicata su Nutrients (2021), il consumo alimentare elevato di omega-3 è associato a riduzione dei trigliceridi epatici, miglioramento della sensibilità insulinica e riduzione dei livelli di ALT e AST. Il meccanismo d’azione principale include l’inibizione della SREBP-1c, il fattore trascrizionale che governa la lipogenesi de novo nel fegato, e l’attivazione dei PPAR-α. Va tuttavia precisato che le evidenze relative alla supplementazione con omega-3 nella NAFLD sono miste: le linee guida attuali raccomandano principalmente il consumo alimentare di pesce grasso (almeno 2–3 porzioni a settimana), più che l’integrazione sistematica con capsule, che richiede valutazione individuale.

Il caffè: un alleato inaspettato

Il caffè è uno degli alimenti più studiati in epatologia. Numerosi studi osservazionali e meta-analisi hanno documentato un’associazione tra consumo moderato di caffè (2–3 tazze al giorno, non zuccherato) e minor rischio di progressione della NAFLD, di fibrosi epatica e di epatocarcinoma. I meccanismi ipotizzati includono l’azione antiossidante degli acidi clorogenici, la modulazione del microbiota e l’inibizione di alcune vie pro-fibrotiche. Trattandosi prevalentemente di dati osservazionali, non è possibile stabilire una relazione causale definitiva; tuttavia le linee guida EASL 2024 riconoscono questi dati e non controindicano il consumo moderato di caffè nei pazienti con malattia epatica cronica in assenza di altre controindicazioni individuali.


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Cibi da evitare con il fegato grasso

Altrettanto importante di sapere cosa mangiare è sapere cosa evitare. Alcuni alimenti e pattern alimentari hanno un impatto diretto e documentato sulla progressione della steatosi epatica.

Fruttosio industriale e zuccheri aggiunti

Il fruttosio in eccesso — in particolare quello derivato dallo sciroppo di mais ad alto fruttosio (HFCS), presente in bevande zuccherate, succhi di frutta industriali, snack confezionati e dolci — è uno dei principali driver della lipogenesi epatica de novo. A differenza del glucosio, il fruttosio viene metabolizzato in misura preponderante dal fegato, con scarsa regolazione da parte dell’insulina, favorendo la sintesi di trigliceridi epatici. Romero-Gómez et al. (Journal of Hepatology, 2017) identificano la restrizione degli zuccheri aggiunti — e del fruttosio industriale in particolare — come uno degli interventi nutrizionali con il rapporto beneficio/evidenza più elevato nella NAFLD. È bene precisare che il fruttosio contenuto nella frutta intera, consumata nelle quantità abituali e in associazione con fibre e micronutrienti, non è equiparabile al fruttosio industriale isolato.

Da eliminare o ridurre drasticamente:

  • Bevande zuccherate (cola, succhi industriali, energy drink, tè freddo industriale)
  • Dolci e prodotti da forno industriali
  • Sciroppi, miele in eccesso, salse dolci
  • Frutta essiccata in grandi quantità (datteri, uvetta, fichi secchi)

Alcol: nessuna soglia sicura

Anche un consumo alcolico “moderato” può essere problematico in presenza di NAFLD/MASLD. L’alcol etilico è metabolizzato dal fegato attraverso pathway che generano acetaldeide e specie reattive dell’ossigeno, amplificando lo stress ossidativo e l’infiammazione epatica già presenti nella steatosi metabolica. In chi ha già una steatosi documentata, le linee guida EASL 2024 raccomandano di limitare al minimo il consumo alcolico; in presenza di fibrosi o MASH, l’astensione totale è fortemente raccomandata.

Grassi saturi e grassi trans

Un eccesso di grassi saturi (presenti in carni rosse lavorate, insaccati, formaggi stagionati, burro, olio di cocco e di palma) e soprattutto i grassi trans industriali (margarine parzialmente idrogenate, prodotti da forno industriali) sono stati associati all’attivazione di vie infiammatorie epatiche e alla progressione verso la MASH. La sostituzione dei grassi saturi con grassi monoinsaturi (olio EVO) e polinsaturi (pesce, frutta secca) è uno degli interventi con maggiore supporto scientifico nel contesto della NAFLD.

Alimenti ultra-processati

Gli alimenti ultra-processati (classificazione NOVA, gruppo 4) rappresentano un fattore di rischio indipendente per la NAFLD, al di là della sola densità calorica complessiva. Contengono combinazioni sfavorevoli di zuccheri, grassi saturi, sale, additivi e conservanti che impattano negativamente sul microbiota, sulla permeabilità intestinale e sull’infiammazione sistemica, come approfondisco nell’articolo sull’infiammazione silente e alimentazione antinfiammatoria.

Steatosi epatica dieta: differenziare il percorso in base al profilo metabolico

Non esiste un’unica dieta per la steatosi epatica: il percorso nutrizionale ottimale varia in base alla presenza di comorbidità metaboliche e al profilo individuale del paziente.

NAFLD senza diabete né obesità marcata

In questo caso, l’obiettivo principale è ridurre il carico glicemico e infiammatorio della dieta, senza necessariamente imporre un deficit calorico aggressivo. Si privilegia la qualità degli alimenti: Dieta Mediterranea come schema di riferimento, eliminazione degli zuccheri aggiunti e degli ultra-processati, adeguato apporto di fibre (25–30 g/die secondo le indicazioni LARN) e di proteine di qualità. Una moderata restrizione calorica (deficit del 10–15% rispetto al TDEE) può essere sufficiente per ottenere una riduzione della steatosi, soprattutto nelle fasi iniziali.

NAFLD con diabete tipo 2

In presenza di diabete tipo 2, la gestione glicemica diventa una priorità che si integra con quella epatica. Si prediligono:

  • Diete a basso indice glicemico con carboidrati complessi e ricchi di fibre
  • Distribuzione dei carboidrati nei pasti in modo da limitare i picchi glicemici post-prandiali
  • Possibile integrazione di approcci a ridotto contenuto di carboidrati (low-carb moderato), sempre sotto supervisione medica e nutrizionale, alla luce di evidenze emergenti sulla riduzione della steatosi; va sottolineato che le evidenze a lungo termine su questo approccio nella NAFLD con diabete sono ancora in via di consolidamento
  • Attenzione alle interazioni farmaco-nutriente (in particolare con metformina, inibitori SGLT2 e agonisti GLP-1, oggi sempre più utilizzati anche in questo contesto)

NAFLD con obesità viscerale

Quando è presente un significativo eccesso di grasso viscerale (circonferenza vita >88 cm nella donna, >102 cm nell’uomo secondo i criteri IDF/ATP III), la riduzione del peso corporeo diventa l’obiettivo centrale. Le linee guida EASL 2024 indicano che una riduzione del peso corporeo del 7–10% è sufficiente per ottenere una regressione significativa della steatosi e, in molti casi, della fibrosi di grado lieve-moderato. Per raggiungere questo obiettivo in modo sostenibile, è fondamentale un deficit calorico moderato (400–600 kcal/die rispetto al fabbisogno) associato a incremento dell’attività fisica aerobica e di resistenza. Per monitorare il tuo fabbisogno calorico e pianificare i pasti, puoi utilizzare NutriGenius, uno strumento pratico per la pianificazione alimentare e il calcolo del TDEE.

Fegato grasso cosa mangiare: uno schema settimanale di riferimento

Tradurre i principi scientifici in abitudini quotidiane concrete è la sfida più importante. Ecco alcune indicazioni pratiche per costruire una settimana alimentare favorevole alla salute epatica:

  • Colazione: yogurt greco naturale (senza zuccheri aggiunti) con fiocchi d’avena, mirtilli freschi e un cucchiaino di semi di lino macinati
  • Pranzo: cereale integrale (orzo perlato, farro, riso integrale) con abbondanti verdure, legumi e olio EVO a crudo
  • Cena: pesce grasso (sardine, sgombro, alici) o salmone 2–3 volte/settimana; uova, tofu o legumi nelle altre sere; contorno di verdure miste; 1–2 cucchiai di olio EVO
  • Spuntini: frutta fresca intera (non succhi), frutta secca non salata (15–20 g), un caffè non zuccherato
  • Bevande: acqua (almeno 1,5–2 L/die), tè verde, caffè non zuccherato. Zero bevande zuccherate

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FAQ — Domande Frequenti sulla Dieta per il Fegato Grasso

Quanto tempo ci vuole per far regredire il fegato grasso con la dieta?

I tempi di regressione della steatosi epatica variano in base alla gravità iniziale, al profilo metabolico individuale e alla costanza nell’adozione delle modifiche alimentari e dello stile di vita. In letteratura, studi di intervento nutrizionale documentano miglioramenti significativi degli indici di steatosi (valutati con ecografia o risonanza magnetica) già dopo 8–12 settimane di aderenza a una dieta mediterranea con moderata restrizione calorica. Una riduzione del peso corporeo del 7–10%, raggiunta gradualmente in 3–6 mesi, è associata a regressione significativa della steatosi e, in molti casi, anche di una fibrosi di grado lieve. La semplice steatosi senza infiammazione è la condizione più responsiva all’intervento nutrizionale; nei gradi più avanzati (MASH, fibrosi) i tempi si allungano e l’approccio multidisciplinare diventa indispensabile.

La frutta fa male al fegato grasso?

No, nella maggior parte dei casi la frutta fresca intera non è controindicata nel fegato grasso. È fondamentale distinguere tra il fruttosio presente nella frutta — che arriva al fegato insieme a fibre, vitamine, polifenoli e con un effetto glicemico modulato — e il fruttosio industriale isolato contenuto in bevande zuccherate e prodotti ultra-processati, che invece rappresenta un driver documentato della lipogenesi epatica. In genere, 2–3 porzioni di frutta fresca al giorno (circa 150 g per porzione) rientrano tranquillamente in un’alimentazione favorevole alla salute epatica. Preferire frutti a basso indice glicemico (mirtilli, mele, pere, agrumi) e limitare la frutta essiccata o i succhi è comunque una buona pratica nei soggetti con marcata insulino-resistenza.

L’olio di oliva fa bene al fegato grasso?

Sì, l’olio extravergine di oliva (EVO) è uno degli alimenti con le evidenze più solide a favore della salute epatica. Il suo contenuto in acido oleico (omega-9) favorisce la sensibilità insulinica e riduce l’accumulo di trigliceridi nel fegato. I polifenoli dell’olio EVO — in particolare oleocantale e oleuropeina — esercitano un’azione antinfiammatoria e antiossidante che contrasta la progressione verso la steatoepatite. È importante utilizzarlo a crudo o a bassa temperatura, per preservarne i composti bioattivi. La dose raccomandata negli studi di intervento è di 2–4 cucchiai al giorno, nell’ambito di un’alimentazione complessivamente equilibrata. Va tuttavia ricordato che l’olio EVO è un alimento ad alta densità calorica (circa 90 kcal per cucchiaio): nei soggetti con obesità, va integrato tenendo conto del bilancio calorico complessivo.

È possibile avere il fegato grasso anche senza essere in sovrappeso?

Sì, assolutamente. Si parla in questi casi di NAFLD “lean” (magra), una condizione che riguarda una percentuale non trascurabile di soggetti con BMI normale (generalmente stimata tra il 10 e il 20% dei casi di NAFLD a seconda della popolazione studiata). In questi soggetti, la steatosi è spesso legata a fattori genetici (polimorfismi di PNPLA3 e TM6SF2), a una distribuzione sfavorevole del grasso corporeo (prevalenza di grasso viscerale nonostante un peso normale), a una disbiosi intestinale significativa o a un’elevata assunzione di fruttosio e alcol. La diagnosi può sfuggire più facilmente perché i parametri antropometrici standard (peso, BMI) sono nella norma. Anche in questi casi, la modifica della dieta e dello stile di vita rimane l’intervento di prima linea.

Serve fare attività fisica oltre a seguire la dieta per il fegato grasso?

Sì, l’attività fisica è un pilastro terapeutico complementare all’intervento nutrizionale nella NAFLD, e non un’opzione secondaria. L’esercizio aerobico regolare (camminata veloce, nuoto, ciclismo: almeno 150–200 minuti/settimana di intensità moderata) riduce direttamente il grasso epatico attraverso l’aumento dell’ossidazione degli acidi grassi e il miglioramento della sensibilità insulinica, anche indipendentemente dalla perdita di peso. L’allenamento di resistenza (pesi, esercizi a corpo libero) contribuisce ad aumentare la massa muscolare, migliorando ulteriormente il metabolismo glucidico e lipidico. Le linee guida EASL 2024 raccomandano di combinare esercizio aerobico e di resistenza come parte integrante del percorso di trattamento della MASLD/NAFLD.

Dott. Giuseppe Scopelliti – Biologo Nutrizionista (Ordine dei Biologi Emilia-Romagna e Marche, n. ERM_A03278)

Riceve a Bologna (Via Marconi 47) e Milano (Via Albricci 9).

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